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Il cieco

Il cieco

Buio. Era tutto buio. Nessuna luce che filtrava attraverso le palpebre, nessun colore.

Solo nero.

Quel nero scuro, spaventoso, infinito.

I suoi occhi cercavano immagini che non trovavano, tentavano di abituarsi a bagliori che non vedevano.

Silenzio? No, questo no. Ecco un fringuello che cantava sul ramo di un albero, un prato verde pieno di fiori, un ruscello.

Immaginava. Paul ascoltava e immaginava. E si godeva l’aria, i suoni, i profumi.

Si godeva il freddo della terra fresca sotto i piedi. Si godeva la sensazione di calore dei raggi sulla pelle.

Paul non aveva paura. Ascoltava, toccava e immaginava.

«Andiamo al mare» disse Isabelle.

«Non ancora. Portami dove ci sono gli alberi, fammi camminare nel ruscello».

E lei eseguì. Ecco gli alberi, ecco il ruscello.

«Sdraiamoci al sole». Ecco il prato, ecco il sole.

Una pausa. Un momento per Paul, per mettere insieme tutte le sensazioni piacevoli che aveva raccolto e poter essere grato al mondo della vita che gli restava.

«Amo questo posto» sussurrò «ma ora andiamo al mare».

«Ormai sta tramontando il sole, Paul. Ti porto domani».

«No, andiamo adesso. Voglio che tu veda il mare come lo vedo io».

Raggiunsero la macchina ed Isabelle mise in moto. Viaggiarono. Il vento contro i finestrini, tra i capelli, nei polmoni. Il tempo scandito dalle vecchie canzoni che passavano alla radio.

«Descrivimi quello che vedi».

«Ormai è buio, vedo solo le luci dei fari disegnate sull’asfalto. Se vuoi, ti posso descrivere il tramonto di poco fa: da togliere il fiato».

Il silenzio di Paul la spinse a proseguire.

«Siamo in mezzo a campi di grano, che illuminato dal sole sembra oro. Stavamo navigando nell’oro, all’orizzonte le montagne erano sagome oscure, una schiera di guerrieri che si stagliava tra noi e la luce. Il sole, così caldo, luminoso, estivo. Il cielo era una tavolozza piena di colori, dei colori più belli, più vivi. Le nuvole parevano soffioni spinti delicatamente dal vento, schiuma di mare di mille sfumature: arancioni, rosa, azzurre».

La voce di Isabelle era un fine pennello che riusciva a dipingere con passione e precisione tutto ciò che Paul non poteva catturare con lo sguardo. La sua tela era il nero nel quale lui era imprigionato, che alle sue parole acquisiva colore, senso, vita.

Isabelle non si preoccupava di usare i colori quando parlava di ciò che vedeva. Paul le aveva confidato che li conosceva e li ricordava bene. Lei, senza fare domande, aveva iniziato a raccontare e non aveva mai smesso. Il loro era un patto muto forgiato dal tempo: Isabelle non parlava di come fosse prima di incontrarlo e preferiva non farlo. Entrambi evitavano di rivangare il passato. Avevano goduto di vite che erano finite, lo avevano accettato, avevano raccolto i pezzi, ed erano andati avanti.

«Siamo arrivati».

Una valanga di sensazioni travolse Paul non appena scese dalla macchina.

L’aria gelata sul viso, il profumo del mare, il suono delle onde infrante sulla banchina, le gocce di acqua salata sulle labbra.

«Spegni i fari. Ho sentito che non li hai spenti».

«Ci ammazzeremo».

«E invece ti dico di no, e anche se fosse moriremo vivendo».

«Non posso».

«Osa».

«Sei pazzo».

«Anche tu lo eri. Spero che non stia guarendo».

Lei si arrese ed eseguì.

Ora anche Isabelle si trovava immersa nell’oscurità. In quel buio scuro, spaventoso, infinito.

Ma non era sola, era con Paul. E con loro quella creatura, forte, misteriosa, imponente.

Una notte senza luna, senza colori. I suoi piedi nudi sulla sabbia.

I loro cuori una cosa sola con la forza prepotente dell’alta marea.

Isabelle non aveva paura. Ascoltava, toccava, immaginava. E viveva.

4 comments

    1. Sono felice di aver riportato fedelmente le sensazioni che provai all’istituto dei ciechi di Milano, facendo il percorso al buio. È stata un’esperienza molto particolare, grazie a te del complimento!

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